Su Il Resto del Carlino del 2 ottobre 1954 si annuncia alla città la notizia della consacrazione e si spiegano i motivi del ritardo più che secolare.
Dopo oltre cinque secoli e mezzo di vita
Per ragioni storiche il rito è stato rimandato fino ai giorni nostri–Durante la suggestiva cerimonia il cardinale Lercaro compirà sette volte il giro del tempio, che è per ampiezza il sesto del mondo.
Una delle maggiori chiese del mondo, l'antica e gloriosa basilica di San Petronio, tanto cara al cuore dei bolognesi, sarà dal cardinale Lercaro solennemente consacrata al culto nel pomeriggio di domani: a cinquecentosessantadue anni esatti di distanza cioè dal giorno in cui vi fu celebreata la prima Messa.
L'annuncio della cerimonia ha suscitato non poca sorpresa tra i cittadini, che per la maggior parte credevano la loro chiesa già consacrata da secoli, dato che da secoli vi si tengono uffici religiosi. Ma perché sia lecito tenervi uffici, basta che la chiesa sia stata benedetta, e che sull'altare via sia la «pietra sacra» con le reliquie dei martiri. La consacrazione, o dedicazione, è l'atto definitivo con cui il tempio viene completamente e perpetuamente offerto a Dio per il suo culto. Riservata alle chiese cattedrali, parrocchiali e colleggiate, la consacrazione può essere differita nel tempo appunto perché la casa di Dio inizia generalmente prima la propria vita, non appena il sacerdote l'ha benedetta.
La basilica di San Petronio non fu mai consacrata in quanto non fu mai ultimata. E' noto, infatti, che, decretata la costruzione dal civico consiglio dei seicento il 31 gennaio 1390, la chiesa del santo patrono sorse dapprima nelle armoniose proporzioni ideate da Antonio di Vincenzo; ma poi, all'inizio del XVI secolo, si volse verso una meta ambiziosissima: abbandonato il progetto originale, fu audacemente concepita dai bolognesi la creazione di un tempio che sarebbe dovuto divenire il più grande del mondo a forma di croce latina (208 metri il braccio centrale, 158 i collaterali), con un'immensa cupola al centro, alta 150 metri. Due dei pilastroni che avrebbero dovuto sorreggere questa cupola furono costruiti, ma poi i lavori venero sospesi, e si arrestarono per sempre dopo che, nel 1561, fu edificato l'Archiginnasio. Il moncone del braccio che avrebbe dovuto protendersi ben oltre il Pavaglione ricorda ancor oggi ai bolognesi la storia di quel loro sogno svanito.
Lo stesso rivestimento marmoreo della facciata rimase interrotto, come tutti sanno, all' altezza della porta maggiore. San Petronio, insomma, è una delle tante pur bellissime chiese d'Italia che non furono, né saranno mai, condotte a termine. E piace così com'è: anche per quel che ha conservato di grezzo, di non finito. A completarla nessuno pensa più da un pezzo; ufficialmente, però, l'autorità ecclesiastica si è decisa solo oggi a considerare la cheisa già ultimata, e perciò consacrabile.
Altro motivo di questo eccezionale ritardo con cui avviene la «dedicazione» di San Petronio è da vedersi nel fatto che fino al 1937 la basilica è stata amministrata da quell'autorità comunale che l'aveva voluta e realizzata. Solo in esecuzione del Concordato essa passò sotto la giurisdiizone eccelsiastica.
Abbiamo chiesto al cardinale Lercaro di illustrarci il significato della solenne cerimonia di domani, che fa spicco tra quante si stanno svolgendo a Bologna in occasione dell'Anno Mariano.
«In San Petronio, chiesa della comunità di Bologna—ci ha detto il presule—vita civica e vita religiosa, oggi spesso non tanto distinte quanto divise o magari opposte, erano e sono armonizzate ed unite a creare una realtà meravigliosa, che sta perciò oportunamente al centro—nel cuore—della città. La consacrazione dà il compimeto spirituale all'edificio e lo offre solennemente a Cristo, come immagine della sua sposa, la Chiesa.»
Nella consacrazione, la liturgia prevede le mistiche nozze della comunità cristiana (l'«ecclesia», appunto), con Cristo. Perciò questa cerimonia ha certe caratteristiche in comune a quella nuziale, e come la sposa che va a nozze la chiesa vi si presenta tutta abbigliata a festa. Attraverso lo stesso atto con cui l'edificio viene irrevocabilmente consacrato al culto divino, la comunità cristiana, come nel matrimonio, giura fedeltà eterna a Dio.
Il rito è il più lungo e complesso di tutto il pontificale. Dura, normalmente, quattro ore; ma la consacrazione di San Petronio ne durerà sei, data la vastità della chiesa. Il cerimoniale prescrive infatti, tra l'altro, che se ne percorra il perimetro sette volte: e la basilica bolognese è, come spesso si dimentica, per lunghezza—130 metri—ed ampiezza, la sesta del mondo, «battuta» solo da San Pietro, dai duomi di Firenze e Milano, dalle cattedrali di Reims e Colonia.
Oggi, vigilia della grande solennità, l'Arcivescovo e il Capitolo della basilica osserveranno il digiuno. Alle 19 saranno sigillate entro un cofanetto d'argento le reliquie dei martiri, la cui presenza è di rito in ogni chiesa, giacché i martiri, sacrificatisi a simiglianza di Cristo, sono considerati i più degni intercessori tre i fedeli e Dio. Le reliquie ex ossibus destinate alla cosacranda basilica coprenderanno naturalmente quelle dei martiri bolognesi (Vitale, Agricola e Procolo) e dei patroni della città. Esposte sull'altar maggiore della chiesa più vicina, Santa Maria della Vita, ivi saranno vegliate fino all'indomani.
Domenica, giorno precedente la festa di San Petronio, si inizierà, alle 15,30, la cerimonia. L' arcivescovo si porterà con i suoi assistenti dinanzi alla basilica, che secondo il rito dovrebb'essere completamente vuota di persone e attrezzature: vi si troverà soltanto un diacono. Pronunciate le litanie dei Santi, il celebrante inizierà la lustrazione, ossia il simbolico lavaggio dell'edificio. Aspergendone passo passo i muri esterni completerà tre volte il giro della chiesa. E batterà alla porta, gridando, la terza volta: «Aprite!». E allora la porta gli sarà aperta. «Pace a questa casa», dirà il vescovo. «Al vostro entrare», risponderà il diacono.
Il vescovo entrerà così, per primo, nel tempio. Il popolo potrà affluire nelle navate laterali. Inginocchiatosi al centro della chiesa, il celebrante recita ora le litanie dei Santi e il «Veni Creator», mentre da un lato all'altro della navata vengono tracciate due strisce di cenere, a formare la «X» che è simbolo di Cristo. Su queste strisce, il vescovo segna le lettere dell'alfabeto greco e del latino, a simiglianza degli antichi agrimensori, per significare la presa di possesso dello spazio, ch'egli fa in nome di cristo.
Segue la lustrazione interna della chiesa, che il vescovo compie con l'«acqua gregoriana», da lui preparata in precedenza sciogliendovi cenere (come si usa ancor oggi, in campagna, per il bucato), e aggiungendovi le prime sostanze disinfettanti scoperte dall'uomo, il sale e il vino. Con un ramo d'issopo (pianta che fin dai tempi dell'Antico Testamento viene usata per le benediizoni) asperge per sette volte l'altar maggiore, facendo scorrere l'acqua così come aveniva all'origine del rito. Asperge le pareti della chiesa, compiendone il giro tre volte, e poi il pavimento; infine volge l'issopo in direzione dei quattro venti, e canta l'elogio dell'acqua, mirabile elemento, fonte di vita e di purificazione.
Ora che l'ambiente è mondato, centro della funzione diventa l'altare. Il rito raggiunge l'apice della solennità con l'imponente processione per il trasporto delle reliquie. Parteciperà ad essa tutto il clero della diocesi, vestito di paramenti rossi in omaggio ai martiri (rosso è il colore del sangue): suddiaconi e diaconi in dalmatica, preti in pianeta, canonici e parroci in pluviale. Il vescovo, invece, vestirà di bianco, perché il rito è festivo. Le reliquie, deposte entro una grande urna lignea, saranno portate a spalla dai diaconi: intorno, chierichetti reggeranno le palme, simbolo del martirio, e torce accese. La processione compirà un giro intorno alla chiesa, al canto del Kyrie eleison! Entrerà quindi nel tempio, dove il celebrante consacrerà l'altare, ungendolo con l'olio dei catecumeni e col crisma: vi traccerà sopra cinque croci con l'incenso, a cui darà fuoco. Dopo l'acqua, la fiamma completerà così il rito della purificazione: mentre l'olio, elemento di consacrazione, sarà usato ancora per tracciare dodici croci lungo le pareti (dove verranno poi apposte, a ricordo, altrettante croci di bronzo).
Dopo aver preparato con le sue mani la calce e il cemento, il Cardinale murerà poi con la cazzuola, entro l'altare, il cofanetto contenente le reliquie dei martiri. Depostavi sopra la lastra di marmo, l'altare sarà di nuovo unto ai lati, e ricoperto con le tovaglie benedette.
«Questo luogo è veramente terribile!—esclamerà allora il celebrante—. Questa è la porta della terra aperta sul cielo. Com'è amabile la tua casa, o Signore!». E sull'altare appena consacrato il vescovo officierà la prima Messa.
Una lapide ricordo dell'avvenimento sarà in seguito apposta nella basilica. E una medaglia è stata coniata per l'occasione.
Terminato il rito religioso, i fedeli parteciperanno ad una grande manifestazione folcloristica. Dalle dodici porte della città muoveranno cortei, ognuno dei quali recherà fiaccole di colore diverso; sincronicamente essi confluiranno in piazza Maggiore, dove si terranno esibizioni coreografiche. Alla folla il Cardinale rivolgerà la sua parola.
d.z.
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