Correva l' anno 1506 e la città di Bologna era assediata dalle truppe papaline, ferraresi, fiorentine, mantovane, francesi. Queste ultime erano particolarmente fastidiose, per l' uso che facevano delle bombarde. Un certo Petronio Sega ebbe un' idea ingegnosa: bloccando il canale di Reno alla Grada fece allagare l' accampamento nemico neutralizzando le artiglierie.
Perseverava pure la pioggia, et li Francesi non potendo haver vettovaglia per cagione della pioggia, nè fuori, nè dalla città, oltre modo adirati, battevano con bombarde la città per costringere il popolo ad introdurli dentro, ovvero mandarli del pane. Ma il popolo costantemente stava nella sua opinione, curandosi poco dell'ira degli nemici. Nondimeno Petronio Sega, vedendo la loro insolenza et il male che con le loro bombarde facevano alla città, fece intendere alli capi del popolo che otturando l'alveo del Rheno alla grata o've entra nella città, facilmente l'essercito francese con le artegliarie restarebbe dall'acque sommerso, per esser gli nemici posti da Ravona, che è luogo basso a guisa di una conca.
Non sì tosto hebbe dato consiglio Petronio, che accettato per buono dalli capi del popolo, tutti concorsero col pololo insieme al porre ad effetto l'avviso, et con legni, sassi et altra materia tanto operarono, che la notte, senza che gli nemici accorgere se ne potessero, turarono il vado all'acqua; et ella di fuori uscendo dal letto suo, di maniera accrebbe, che sommerse tutte le artegliarie, le bagaglie, trabacche et padiglioni, et ogni altra cosa era sotto acqua.
I Bolognesi, presi dall'entusiasmo, si abbandonarono a un comportamento sconsiderato, tanto che molti rischiarono la vita e uno la perse.
Conoscendo il popolo, che tutti li Francesi erano sommersi nell'acqua, la mattina seguente appresentandosi parte di quei della porta delle Lame, che erano circa 3000 persone armate, per uscir fuore della città et assalir gli nemici, et così senza ordine et senza capo uscendo furiosamente, andavano per incontrare li Francesi. Il che intendendo gli nemici, tutti armati salirno a cavallo, et con ordine fermatisi ad un luogo sicuro, aspettavano che il popolo gli andasse ad incontrare. Ora quelli della porta di San Mamolo, intendendo come questi della città erano usciti, sforzarono il capitano ad aprirli la porta, volendo anch'essi andar ad incontrare gli nemici. Il capitano, che era huomo pratico et versato nella guerra, gli fece longa resistenza, con dirli che non volessero porre in pericolo la città et loro stessi et che dovevano ben considerare, che per la continua pioggia il fango era molto, et che era contrario all'armeggiare de' pedoni, perchè passando contro li Francesi, che erano tutti a cavallo, era cosa facile che vi restariano tutti uccisi, feriti et prigioni. Ma tale era lo sdegno del popolo contro gli nemici, che non volsero ascoltare le parole del savio capitano, ma uscirno, contro il consiglio dato, da 4000 persone armate, anch'esse senza capo et senz'ordine per cagione del fango; et avvicinandosi al canale di Rheno, et conoscendo esser vero quanto che il capitano gli haveva detto, voltarono addietro et ritornarono dentro, et il somigliante fecero i primi. Ora li Francesi accortisi che li soldati bolognesi ritornavano addietro, cominciarono a seguitarli di maniera, che ognuno pose la sua salute nel fuggire; et nel vero poco mancò che non fossero gionti dagli nemici, che se ciò avveniva, pagavano il fio del loro folle ardire. Non pericolò in questo fatto se non Nicolò de' Fazi merzaro di anni 60 che, inviluppatosi in certe siepi per salvarsi, fu dagli nemici sopragionto e ucciso.
Note al testo1. Cherubino Ghirardacci, Della Historia di Bologna, a cura di Albano Sorbelli, in «Rerum Italicarum Scriptores», a cura di L. A. Muratori, Città di Castello, T. XXXIII, P. I, pp. 350–351.
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